Marika, bambina di quasi 9 anni, classe 4°.
E’ una bambina che non parlava mai se le si poneva un quesito.
Anche quando le chiedevo se aveva capito una spiegazione, mi fissava e taceva
E una straniera? No, è una bambina italiana, frequentava una scuola primaria dell’entroterra meridionale, territorio sannitico
L’insegnante di italiano, che la conosceva fin dalla prima, mi rimandava continuamente che non aveva logica, che un suo fondamentale problema era il dialetto!
Certo, la conoscenza di una lingua diversa, quale io definisco rispettosamente i dialetti, può essere una difficoltà nella comprensione di testi, di parole……. ma perché non parlava e mi fissava.!
Si stava lavorando sulla geometria, sulle figure poligonali e non.
Data una scheda di verifica vedo Marika fissare il foglio.
Le chiedo cosa non ha capito…mi fissa…prendo del materiale strutturato e le dico di prendermi una figura poligonale …la prende…le chiedo una figura non poligonale…la prende…..le chiedo di raggrupparmi le poligonali da un lato e le non poligonali dall’altro ,…lo fa correttamente….. Mi fermo a riflettere….rileggo insieme a lei il testo e la consegna.
In sintesi, i bambini dovevano colorare solo dei pulsanti di una macchina spaziale,di blu quelli poligonali, di rosso quelli non poligonali.
In prima istanza, allora, pensai che avesse difficoltà a distinguere i colori, ma poi chiesi:” Marika, sai cosa sono i pulsanti?,” mi fissa, si guarda intorno, mi rifissa, e solo dopo un mio ulteriore incoraggiamento, dopo che rimandai un rimprovero ad alcuni bambini che stavano per ridere, la testa di Marika segnala un NO.
Sottolineai, in quel contesto, che è normale non conoscere il significato di tutte le parole., che una parola può sembrare semplicemente e scontatamente comprensibile per uno e incomprensibile per un altro e non bisogna vergognarsi di non sapere, basta chiedere, o potendolo fare, utilizzare uno strumento quale il vocabolario…….Spiegato il significato del vocabolo, Marika riuscì a portare a termine il compito.
Ha, quindi, difficoltà perché non comprende il significato di parole in italiano?.
Pian piano , osservando, vivendo in quella classe, ho verificato sempre più che la difficoltà aveva origine nell’ insegnante che, attraverso la paura dell’errore, aveva favorito lo sviluppo di una gran confusione tra italiano e dialetto, tanto che la bambina, nell’utilizzare un vocabolo che si dice nello stesso modo sia in italiano che nel suo dialetto, aveva paura di dirlo perché temeva di sbagliare. Aveva una grande vergogna della sua lingua di origine, il dialetto, del suo paese che se pur italiano le aveva insegnato il dialetto. Aveva paura di chiedere spiegazioni, di ammettere le sue difficoltà, perché si sentiva derisa. Infatti, realmente gli alunni avevano l’abitudine di deridere chi non sapeva, e osservando sempre meglio e in modo più puntuale, mi accorsi che si erano sviluppati vari modi di agire alla paura dell’errore e alla vergogna di essere derisi.
Ognuno, poi, si vendicava della derisione, deridendo.
Perché?
Direttamente o indirettamente, verbalmente o con canali non verbali, la stessa docente derideva chi sbagliava.
Marika, aveva sviluppato una tale paura di sbagliare, che evitava di parlare o di chiedere spiegazioni quando non capiva.
Insegnare giocando sulla vergogna, sulla competizione è terribilmente deleterio.
Insegnare l’italiano, ad esempio, facendo vergognare di parlare la propria lingua di origine che può essere anche il dialetto, può far correre il rischio di trasmettere valori negativi come la vergogna delle proprie origini, della propria famiglia.
Far vivere il dialetto come una lingua “sbagliata” e l’italiano come la lingua “giusta”, è trasmettere in modo anche indiretto, poco rispetto per le proprie radici, si rischia di determinare la caduta anche di altri valori che la famiglia, il proprio territorio, rimanda.
Insegnare vuol dire avere rispetto di tutto il mondo dei nostri bambini e di ognuno dei nostri bambini.
Insegnare vuol dire:
agire sempre e soltanto con profonda responsabilità, riflettendo cento volte su ciò che si rimanda con le parole, con la mimica, con i gesti;
promuovere negli allievi fiducia nei miei riguardi come docente e non timore;
favorire in ogni modo, fiducia, solidarietà e stima tra il gruppo di coetanei;
rimandare rispetto verso le radici di ogni singolo bambino, partendo dal nucleo familiare.
Il rispetto, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà sono valori che vanno a braccetto ed il collante è l’onestà profonda, vera che risiede nel profondo di ognuno di noi e con la quale, troppo spesso, evitiamo di fare i conti, perché di fronte a quella onestà, siamo nudi da ogni velo di alibi.
E’ quella onestà che fa da cartina di tornasole, ci rivela se quei valori li rispettiamo veramente!
Quei valori non li si insegna, li si pratica, e il corpo insegnante lo fa?
Non sono le chiacchiere, le regole scritte, letture ripetitive, memorizzazioni di verbi, acquisizioni meccaniche di regole, memorizzazioni, verbalizzazioni “palettate”…..
Il primo fondamento dell’apprendimento scolastico è,secondo me, la fiducia verso l’insegnante.
Non che l’alunno debba dogmaticamente credere a tutto ciò che l’insegnante dice, ma è l’insegnante che deve costruire un rapporto di fiducia. L’alunno deve imparare a fidarsi dell’insegnante alla quale si può dire tutto e dalla quale non riceve giudizio, ma comprensione, affiancamento, guida alla consapevolezza, e rispetto incondizionato.
Nessun commento:
Posta un commento